Flessibilità Metabolica VS Ottimizzare risultati

FLESSIBILITÀ METABOLICA ED ATTIVITÀ FISICA
Allenamenti molto intensi portano l’organismo a consumare esclusivamente gli zuccheri. Attività come l’HIIT, sedute coi pesi metaboliche e tutte quelle attività che non hanno il tempo d’utilizzare l’ossigeno per ossidare i grassi, aiutano l’organismo a ritrovare l’affinità con gli zuccheri.
La chiave di volta è l’intensità. Ovviamente la persona deve già essere preparata fisicamente.
Dall’altra anche allenamenti molto molto blandi se fatti quando le nostre riserve di glicogeno epatico sono quasi esaurite, aiutano il muscolo ad aumentare la sua capacità d’ossidare meglio i grassi. Prende così un senso la corsa o la camminata in salita a digiuno mentre seguiamo una dieta low carb o chetogenica. L’obiettivo è aumentare l’ossidazione lipidica per un periodo di tempo rilevante (almeno 30′).
Ripetiamo: l’attività a basso impatto prende sempre di più un senso quanto più le riserve di glicogeno epatico sono basse, questo perchè l’organismo inizia a preservare il glucosio ed aumenta il metabolismo lipidico. In soggetti con una inflessibilità metabolica (col METABOLISMO BLOCCATO), l’attività fisica moderata rischia di continuare ad usare un mix di grassi e carboidrati.

FLESSIBILITÀ METABOLICA E DIETA
Per l’alimentazione gli approcci sono simili all’allenamento. O preferiamo una dieta che stimoli e migliori il consumo di zuccheri o di grassi. Nel momento in cui il corpo riesce a sfruttare bene uno dei due metabolismi, anche la strada per sbloccare l’altro è in discesa.
Gli approcci possono essere quello di una dieta Low Fat come nel Natural Peaking, in cui gradualmente abbassiamo i grassi a favore dei glucidi. Va ricordato che i carboidrati migliorano la sensibilità insulinica. La peggiorano solo quando ci ritroviamo in un contesto ipercalorico. Il classico nutrizionista che consiglia la dieta Mediterranea ha ovviamente le sue ragioni scientifiche. Più siamo magri e più questo approccio è vincente. Se siamo invece fortemente in sovrappeso o con un grasso viscerale rilevante, gli adipociti (le cellule grasse) belle gonfie non permetteranno una corretta secrezione di adiponectina.
Questo ci fa comprendere perchè più siamo grassi, più siamo poco affini ai carboidrati.
Se volete utilizzare questo approccio la gradualità è la chiave di volta. Ogni settimana fate uno shift di 40-70kcal tra grassi e carboidrati.
L’altra strada invece è opposta ed è quella di seguire una dieta low carb o addirittura chetogenicha. In questo modo miglioreremo il metabolismo lipidico. E’ importante in questi casi programmare delle ricariche glucidiche. Pena migliorare la sensibilità insulinica, peggiorando l’affinità col glucosio. Se smettiamo di mangiare cronicamente carboidrati, gli enzimi deputati a scomporre gli zuccheri (amilasi) caleranno a favore delle lipasi.
Introdurre grassi a media catena come quelli che troviamo nell’olio di cocco, posso ulteriormente stimolare i mitocondri ad utilizzare i grassi.
Anche il digiuno intermittente può essere un’ottima strategia per obbligare il corpo a sfruttare bene i lipidi.

CONCLUSIONI SULLA FLESSIBILITÀ METABOLICA
Tutto quello che abbiamo scritto finora va applicato con un medico nutrizionista (che sia però bravo ed aggiornato), per il semplice motivo che a seconda della propria condizione l’approccio deve essere più o meno estremo.
Alcuni soggetti nel momento in cui danno un ordine alla propria alimentazione rispondono immediatamente, altri invece devo sforzare il corpo a sfruttare correttamente i grassi (soffrendo inizialmente di emicranie, debolezza, ecc).
Quello che dobbiamo ricordare è che tutte le diete ipocaloriche portano a dimagrire e migliorare l’assetto metabolico, questo deve essere chiaro. Tuttavia se il metabolismo è bloccato e assumiamo già poche calorie, mettersi a fare una dieta in cui si tagliano ulteriormente potrebbe peggiorare ancora di più la situazione erodendo la massa magra.

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Stefano NiccolaiComment